INFINITI INVISIBILI

Come la silice che non sa di poter acquisire quella straordinaria trasparenza che permetterà di guardare attraverso le sue molecole, l’esistenza umana è spesso offuscata dall’incomprensione di sé stessi e della propria natura più intima.
Furono i Fenici e gli Egizi a realizzare per primi un materiale dotato di trasparenza. La scoperta del vetro non è stata solo un avanzamento tecnologico delle prime civiltà, ma un grande cambiamento culturale. Il vetro permetteva di vedere senza esser parte interagente con ciò che si stava guardando.

Il vetro diventa una metafora per chi è costretto nella sua esistenza una vita non completamente inserita nella società.  Il vetro quindi come una prigione in grado di staccare dal contesto sociale ed ambientale chi vive uno stato di sofferenza mentale generando un radicale mutamento di prospettiva nella coscienza personale di chi osserva.
Sono oltre quattro milioni le persone con disabilità in Italia, secondo i dati del Censis. Una fetta consistente di italiani che, tuttavia, sembra ancora invisibile agli occhi della collettività. Un italiano su quattro afferma di non avere mai avuto a che fare con persone disabili. Forse perché la disabilità viene fatta combaciare essenzialmente con una limitazione nei movimenti, quindi una disabilità prettamente motoria, mentre sono le disabilità psichiche ad essere più diffuse e spesso nascoste: disabilità visibili e invisibili. La maggior parte degli italiani prova comunque solidarietà e ammirazione per la forza di volontà e la determinazione che una persona disabile comunica. Ma con sentimenti che oscillano tra la partecipazione umana e la paura, diventa difficile costruire una relazione. Quel vetro trasparente diventa quindi uno schermo protettivo per il mondo interiore di chi vive una grave forma di psicosi che allontana il mondo esterno. 

La salvezza sarebbe quella di rompere il vetro e infrangere così la barriera che ci separa.
Fare parte del mondo non è lo solo lo sforzo di un civile stare insieme, non è soltanto il conforto di una normale accettazione del diverso. L’appartenenza reale è avere chi è diverso dentro di sé. E non si può pensare di fare ciò se non si esce da quella prigione che è la campana di vetro che in realtà abbiamo edificato intorno a noi.