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Stupressere_di alcuni pipistrelli.
Lorenzo Maccotta
„Kuanzia sasa niko huru. Ila nimejifunza vitu, binadamu ni wanyama wa ajabu! Mnaweza kuuliza kwa nini
nasema hivyo? Ni kwa sababu binadamu anajidai kufuga vitu ambavyo vinamshinda hana uwezo kuvizuia
kumwangamiza au kumwua. Mfano mzuri ni Mama Kibibi alijidai kunifuga mimi kunipa amri ya kijinga.
Sasa hivi yuko wapi? Nadhani hivi sasa atakuwa katika ulimwengu mwengine, ulimwengu wa wafu!“
“Popobawa: da adesso in poi sono libero. Ma ho imparato delle cose, gli esseri umani sono
animali meravigliosi! Perché lo dico? Perché l'uomo pretende di domare cose
che lo sconfiggono, non ha il potere di impedire che lo distruggano o lo
uccidano. Un buon esempio è Mama Kibibi che pensava di domarmi e mi dava
ordini stupidi. Dov'è lei adesso? Penso che in questo momento sia in un altro
mondo, il mondo dei morti! AHAHAHAHAHAHAHAHAH”
Dal film “Popobawa” di Haji Abdul Dilunga
I. Degli eventi.
Quanto segue concerne una serie di presunte aggressioni attribuite ad uno
spirito dalla forma mutevole chiamato Popobawa, che in lingua Swahili
significa “ala-di-pipistrello” e accusato di intrudere nottetempo nelle stanze da
letto per esercitare violenze su uomini, donne e bambini durante il sonno.
Secondo le narrazioni locali si sarebbe manifestato per la prima volta a
Zanzibar verso l’inizio degli anni 70, all'indomani della sanguinosa rivoluzione
che aveva rovesciato la monarchia costituzionale a guida arabista seguita
all’indipendenza dal protettorato Britannico.
Ma è stato nel 1995, durante il mese sacro del Ramadan ed alcuni mesi prima
delle prime elezioni multipartitiche nella storia post-rivoluzionaria del paese,
che gli attacchi hanno raggiunto una frequenza e diffusione maggiore
generando un’ondata di panico collettivo senza precedenti.
Per circa tre mesi, il terrore stravolse la vita quotidiana degli abitanti e
nonostante i tentativi del governo e del clero conservatore di contenerne la
propagazione, i residenti finirono per dormire in gruppi all’aperto o nelle
moschee, nella speranza di sfuggire così alle vessazioni notturne.
Si verificarono linciaggi pubblici contro individui ritenuti essere la
personificazione dello spirito - per lo più stranieri o malati di mente travolti
dalla violenza di folla - nonché possessioni individuali in contesti e momenti
insoliti, interpretate come segnali che altri spiriti amichevoli afferenti al
soggetto caduto in trance avevano avvertito la presenza di Popobawa incombere
nei paraggi.
E’ noto che le notizie degli attacchi terminarono quasi sei mesi prima delle
elezioni e furono riportati solo ulteriori casi isolati alcuni anni dopo anche sulla
costa continentale in Tanzania e Kenya.
I resoconti pervenuti evidenziano variazioni ma anche pattern ricorrenti che
permettono di ricostruire una dinamica tipica degli attacchi: preceduta dal
diffondersi di un forte odore sgradevole o dal tonfo improvviso di un corpo
pesante nella stanza, l’apparizione improvvisa di Popobawa sarebbe stata
sopratutto nella forma di un pipistrello mostruosamente virile o della sua ombra
proiettata sul muro, ma anche di un Gagone nano e concomitante ad uno stato
di veglia lucido ma di paralisi motoria della vittima.
Consumate le violenze - che includono la compressione delle costole, lo
schiacciamento del petto o il soffocamento fino allo svenimento nonché lo
stupro anale - lo spirito avrebbe comandato alla vittima di riferire
pubblicamente dell’accaduto all’indomani, minacciando in caso di
disobbedienza di tornare per reiterare l’aggressione la notte successiva.
Operando in un quadro evidentemente nel registro dell’interruzione (1),
lo spirito presentifica una potenza inappellabile e invalidante distinzioni
fondanti come pubblico/privato, penetrando nelle case, sovranità/sottomissione,
attaccando gli organi sottoposti al controllo cosciente, halal/haram, forzando a
rapporti proibiti, censurabile/non-censurabile, comandando propagande sui suoi
misfatti.
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(1) Mentre e’ facilmente intuibile quella implicata in un atto di costrizione delle vie respiratorie occorre tenere presente
l’anatema sociale che, nel contesto musulmano di Zanzibar, marchia di fatto chiunque sia stato ritenuto pubblicamente
coinvolto in un peccato maggiore come la sodomia, severamente proibito sia in ambito religioso che giuridico.
II. Delle spiegazioni orali.
“[Chorus]
Why must I feel like that/
Why must I chase the cat?
Nothing bu the dog in me”
George Clinton
I.
Durante e dopo i mesi del panico sono proliferate innumerevoli narrazioni tese
ad individuare nessi causali che potessero assegnare un senso alle violenze.
Alcune le spiegarono riconducendole al rancore di figure umane come uno
stregone mercenario che non era stato pagato per i suoi servizi o uno straniero
Makonde - tribù originaria del Mozambico comunemente ritenuta cannibale -
costretto dagli isolàni a separarsi dalla moglie indigena, i quali per vendicarsi
avrebbero inizialmente voluto manovrare Popobawa ma ne avrebbero perso il
controllo. Oppure di forze soprannaturali come un Grande Spirito, madre di una
balena che anni prima si era arenata su una spiaggia di Pemba ed infuriato con
la popolazione per averne straziato il corpo estraendo carne e grasso. Questa
potenza marina sarebbe la stessa o almeno presenta caratteristiche simili a
quella cui gli isolani sono soliti attribuire ancora oggi l’origine di episodi di
avvelenamento da ingestione di carne di tartaruga; il chelonitossismo, secondo
la scienza un intossicazione senza rimedio anche letale, dovuta alle tossine
termostabili presenti nelle fioriture algali, di cui il rettile è ghiotto.
Altre narrazioni affermarono invece l’esistenza di un numero di spiriti
Popobawici, così giustificando i resoconti di intrusioni avvenute
simultaneamente in abitazioni e villaggi diversi.
Questi spiriti avrebbero posseduto in precedenza Abeid Karume; un marinaio
Swahili nato a Zanzibar dalla schiava di un Arabo originaria degli attuali
Malawi o Rwanda, divenuto nel 1964 il suo primo presidente postrivoluzionario
e sarebbero tornati circa un ventennio dopo il suo assassinio per
punire una popolazione colpevole di averli negletti.
Si noti, per inciso, la convergenza temporale particolarmente infelice all’inizio
della seconda serie di attacchi, quella del 1995; quando interdetta dal mese
sacro di Ramadam all’impiego di offerte votive o altre pratiche empie che
avrebbero potuto placare l’infuriare del demone - o dei demoni - la popolazione
si trovò impedita da una doppia impotenza. Questo dettaglio rivela il rapporto
(1) sincretico intessuto dalla matrice magico-orale Bantu e quella del Libro,
precedente e nient’affatto obliterata dall’Islamizzazione e di come la prima
strutturi il fondo del dasain Swahili senza escludere la seconda.
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(1) Rapporto che riflette la peculiarità della sua lingua, composta da una struttura Bantu (circa l’80%) per così dire
“collosa”, su cui sono rimaste appiccicate parole delle lingue che l’hanno frequentata: il Persiano, l’Arabo, il
Portoghese, l’Inglese e non c'è motivo di escludere che accadrà anche con il Cinese.
Consolidata sopratutto nella capitale, la tesi comprendeva la voracità sessuale di
Popobawa collegandola all’inusitata potenza sessuale attribuita al padre della
nazione moderna (2); si ritiene infatti che qualsiasi donna vi si fosse unita
carnalmente non sarebbe più stata in grado di desiderare altri uomini e ha preso
piede nonostante, o forse proprio in relazione al fatto che all’inizio della sua
presidenza coincisa con l’esordio degli attacchi, lo stesso Karume avesse
sfidato pubblicamente Popobawa e, si dice, condannato all’ergastolo
l’immigrato Makonde già menzionato accusato di esserlo.
Alcuni anziani Shirazi che ho avuto modo di incontrare sull’isola di Pemba mi
hanno invece descritto Popobawa come uno spirito turbolento per natura, che
altre forze non umane disturbate dalla sua presenza avrebbero incatenato e
gettato in fondo al mare in una zona adiacente alla coste di Pemba.
Riuscito in qualche modo a liberarsi avrebbe riversato la sua furia cieca su una
popolazione innocente semplicemente perché si trovava da quelle parti.
II.
L’antropologo Martin Walsh - che in quegli anni abitava a Zanzibar e ha avuto
modo di raccogliere testimonianze dirette già durante il periodo della crisi - non
esclude che l’ondata di panico maggiore del 1995 sia terminata poco prima
delle elezioni per esaurimento del suo potenziale, semplicemente
autorisolvendosi(3).
Ma ritiene anche possibile che il diffondersi di una diagnosi di tipo
cospirazionista accompagnata da una congrua liquidazione del maligno per
opera degli stregoni locali, possa aver funzionato da “cura parlante” ponendo
fine al panico inizialmente a Pemba, l’isola minore dell’arcipelago dove
l'horror era cominciato; non uno ma 70 spiriti Popobawici avrebbero realmente
vessato degli innocenti su mandato del partito di maggioranza - il Chama cha
Mapinduzi (CCM), erede e custode della rivoluzione rimasto ininterrottamente
al potere fino a oggi - con l’obbiettivo di distrarre e così invalidare la campagna
elettorale dell’opposizione, il minoritario Civic United Front (CUF).
Emersa dopo che le violenze raggiunsero nel nord di Pemba centri nevralgici
del CUF, la politicizzazione di Popobawa si rafforzò dopo lo spostamento dei
suoi attacchi ad Ungujia, l’isola maggiore che ospita la famosa capitale Stone
Town: notizie provenienti dalla città di stupri anali su membri del partito di
maggioranza, furono infatti interpretate come altrettante conferme che la
mobilitazione delle contromisure mantiche aveva restituito al mittente le 70
potenze soprannaturali e che queste si stavano ora ritorcendo sui loro stessi
mandanti con decuplicata efferatezza.
(2) Martin Walsh,“Explaining Popobawa: conflicting interpretations of a collective panic in Zanzibar.”
(3) Martin Walsh,“The politicisation of Popobawa:changing explanations of a collective panic in Zanzibar”.
A fronte dell’incapacità dei leader religiosi e dei media governativi (4) di
produrre una contro-narrativa efficace, la spiegazione cospirazionista si diffuse
attraverso diverse declinazioni su entrambe le isole ed oltre.
Continuando a circolare, consolido’ negli anni una griglia interpretativa
politologica che nonostante presentasse contraddizioni lampanti - come le
numerose notizie di aggressioni sui sostenitori di entrambe le nominazioni
partitiche nonché la mancata manifestazione dello spirito notturno in occasione
delle pur travagliate elezioni del 2005 - fu privilegiata dalle letture dei media
Occidentali che hanno sopratutto associato Popobawa alla sintomatologia dei
difficili processi politici di Zanzibar (5).
In effetti, nulla sembra escludere che articolando all’epoca della crisi
l’esperienza panica nell’ambito dei dibattiti allora cogenti, questo quadro
interpretativo abbia derivato una presa ansiolitica sulla comunità dal ricollocare
un eccesso ingovernabile nella possibilità di un campo operativo disponibile,
quello della scelta elettorale cui si trovava ad essere chiamata.
Ma Walsh sconsiglia comunque, crediamo a ragione, di ridurre la complessità di
Popobawa alla lettura di una singola linea narrativa, sottolineando come la sua
politicizzazione sia giunta tardi e che pur riflettendo temi ed esperienze della
recente o più antica storia, il terrore resti un fenomeno sostanzialmente
refrattario ai tentativi di controllo da parte di tutte le forze politiche in gioco:
quelle minoritarie che cercarono di manipolarlo a loro favore attraverso la teoria
cospirazionista - ma persero le elezioni - così come quelle governative che
fallirono nel tentativo di significarlo e così contenerlo.
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(4) Il giornale e la televisione controllati dal governo trattarono il fenomeno publicando articoli e mandando in onda
un lungo programma televisivo.
(5) The Guardian (1995), The Economist (2003), BBC nel corso di vari anni fino al 2007, per citarne alcuni.
III. Di alcune rivoluzioni
“We, the army have the strength of 99 million, 99 thousand ....
Should anyone be stubborn and disobey orders, then I will take very strong measures,
88 times stronger than at present (…)"
Trasmissione radiofonica del Feld Maresciallo di Zanzibar, John Gideon Eluku Okello
I.
Popobawa è oggi oggetto ambivalente di discorsività occasionali che a Zanzibar
come sulla rete oscillano tra l’ironia divertita e l’atterrimento.
Ma anche un caso di isteria di massa studiato da autori esterni come il già citato
Martin Walsh e David Parkins che in modi diversi hanno interpretato il panico
alla luce di una storia regionale segnata da dominazioni straniere e divisioni
etniche strutturate nel corso di secoli da una vasta ed articolata economia
schiavista; sopratutto gli Arabi dell’Oman avevano fatto di Zanzibar il centro
regionale del commercio di forza lavoro razziata dalle coste fino alle profondità
del Congo, destinata a produzione e servizi domestici o alla distribuzione lungo
la tratta Oceanica.
Secondo Parkins nel 1995, in un clima elettorale agitato da promesse di un
futuro migliore, l’ansia sociale legata agli esiti del processo decisionale sarebbe
stata esorcizzata in virtù di una funzione mnemonica svolta dal fantasma
notturno: questi avrebbe ripresentato in forma sensibile paure e sofferenze
legate ad un passato traumatico, e così operato come “una sorta di attacco
emotivo preventivo, che libera il terreno spirituale prima che inizi l’argomento
della campagna politica. È come se le persone sapessero che le questioni di
potere non vengono risolte da un dibattito razionale ma da risentimenti passati e
presenti di privazione e oppressione (1)”.
In modo non dissimile anche Walsh (2) assume che memorie traumatiche
abbiamo molto probabilmente informato sia i contenuti che la comprensione del
fenomeno ma suggerisce un nesso decisivo in quelle legate alla rivoluzione che
meglio ha “cristallizzato precedenti conflitti e continua a dominare il panorama
politico di Zanzibar (3)”, già brevemente menzionata e di cui è qui necessario
riassumerne i tratti peculiari.
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(1) ”In the Nature of the Human Landscape: Provenances in the Making of Zanzibari Politics”, David Parkins.
(2) “The politicisation of Popobawa: changing explanations of a collective panic in Zanzibar”, Martin Walsh.
(3) Ibid.
II.
Data la documentazione lacunosa e la contraddittorietà dei resoconti, risulta
oggi all’analisi storica difficile, se non impossibile, discernere un attore unitario
responsabile ed un quadro interpretativo compatto attraverso cui decifrare
eventi rivoltosi in parte indistinti agli stessi attori e deflagrati in una dinamica
collettiva spontanea ed essenzialmente acefala, in quanto eccedente il coacervo
di intenzionalità che pure la attraversarono e tentarono invano di disciplinarla.
Durante gli anni precedenti il 1964, faglie socioeconomiche esacerbate dal
recente Protettorato Britannico - ma che permeavano da secoli il contesto
multietnico e cosmopolita di Zanzibar - si declinarono razzialmente attraverso
discorsività polarizzanti da un lato un lumpen proletariat di Africani neri (4),
costitutivo la maggioranza della popolazione, e dall’altro una minoranza Arabo-
Asiatica, che controllando la quasi totalità di terre e commerci figurava come
l’élite ereditaria di privilegi sopravvissuti all’epoca Imperiale (5).
Rivendicazioni nazionaliste di un governo degli Africani autoctoni, circolavano
tra membri del gruppo etnico maggioritario, gli Shirazi, e la decapitazione della
monarchia costituzionale emerse come obbiettivo comune ai discendenti degli
schiavi e agli immigrati continentali; nonché a formazioni socialiste di residenti
Arabi che contribuirono così alla composizione di un crogiolo iridescente di
gruppi giovanili ed organizzazioni sindacali, diversamente afferenti alle
declinazioni dell’opposizione e diversamente infiltrate da attori esterni come il
dirimpettaio Tanganika, l’URRS, Cuba, Cina e Israele.
Piani sovversivi eterogenei attendevano pertanto di essere attuati quando nella
notte dell’11 Gennaio 1964, durante le celebrazioni per il primo mese di
indipendenza, alcune centinaia di giovani armati li innescarono
improvvisamente rovesciando in poche ore il governo e costringendo alla fuga
il Sultano Jamshīd bin ʿAbdullāh Āl Saʿīd, sotto la guida di un personaggio
enigmatico quanto del tutto estraneo al contesto: l’auto-titolatosi Feld
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(4) Il termine appartiene al lessico allora in auge che comprendeva in modo unitario come Africani indigeni sia gli
Shirazi, derivati geneticamente (*) da ibridazioni Afro-Arabo-Persiane risalenti al Medioevo che i gruppi Bantu e
Nilotici - freed slaves e lavoratori immigrati dal continente - per distinguerle da Arabi, Indiani e Iraniani che pure
erano nativi a Zanzibar da generazioni, parlavano Swahili ed erano musulmani, si erano sposati con i blacks ma erano
accusati di essere dominatori stranieri in Africa. (*) https://doi.org/10.1038/s41586-023-05754-w
(5) Dal 1692 al 1856.
Maresciallo di Zanzibar John Okello, un lavoratore immigrato (6) di 27 anni,
Ugandese e fervente cristiano che secondo le sue stesse dichiarazioni avrebbe
agito su mandato divino comunicatogli in sogno, grazie a capacità militari
apprese dalla lettura della Bibbia.
Il mattino seguente il giovane Ugandese chiamo’ alla guida del paese il leader
politico dell’Afro-Shirazi Party, il già menzionato Abeid Amani Karume,
annunciando via radio il governo degli insorti inclusivo anche degli Arabi
ribelli, le cui milizie addestrate a Cuba si erano unite rapidamente agli sforzi.
Parlando in uno Swahili dall'accento spiccatamente forestiero, Okello debuttò
così alla conduzione di una serie di trasmissioni quotidiane dalla stazione
radiofonica della capitale - sequestrata e trasformata nel quartier generale dei
rivoltosi - intese a gestire la situazione caotica seminando terrore attraverso una
vera e propria guerriglia informazionale (7); spesso delirante o contraddittoria
ma dal forte impatto psicologico ed utilizzata anche per avviare l’offensiva
cinetica successiva.
Sulle stesse frequenze Okello ordinò infatti a tutti i blacks sulle isole la pulizia
etnica di Arabi e Indiani che furono così sistematicamente, ma non
esclusivamente, sottoposti a massacri, stupri, flagellazioni pubbliche, saccheggi
delle proprietà e detenzioni di massa.
Convocate all’azione dai disordini e dalle performance vocali del Feld
Maresciallo, nel buio di un isolamento quasi perfetto ottenuto grazie al
controllo acquisito sulle connettività dell’arcipelago, traiettorie di violenza
diversamente informate e già immanenti ad organizzazioni eterogenee
agglutinarono così quelle circostanziali di individui o gruppi irrelati - inclusi
ex-polizziotti e criminali - in un movimento distruttivo crescente;
sostanzialmente orfano di stato maggiore che si diffuse a macchia d’olio
inghiottendo le isole in un’orgia di sangue.
Sulle veloci operazioni che hanno tecnicamente rovesciato il governo, si legge
in un rapporto desecretato della CIA (8): “poiché è stato così inaspettato, poiché
è accaduto così in fretta ed è finito così in fretta, in quel momento c'erano
confusione e incertezza generale sul "perché?" e sul “chi?" e anche sul
"come?" la rivoluzione fosse stata fatta.”
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(6) Spaccapietre, muratore, imbianchino e fornaio tra il 1959 e il 1963, a Pemba ed Unguja.
(7) “Prima della rivoluzione, Okello aveva detto ad Ali Omar Abdallah a Pemba che era più importante parlare duro
che sapere come usare le armi”. “Zanzibar: the nine-hour revolution”. Ann Lee Grimstad
(8) “Zanzibar: the hundred day’s revolution”. Intelligence study, Directorate of Intelligence.
E più avanti sull’ondata di violenze seguite:“Karume era profondamente
imbarazzato dalle uccisioni selvagge e dai saccheggi degli arabi da parte degli
africani nei giorni successivi alla rivoluzione; ma non era nella posizione di
fare molto a riguardo. Le sue forze di sicurezza non potevano competere con le
bande armate che affermavano di essere seguaci di Okello e che vagavano per
le campagne, uccidendo e saccheggiando. (…) insisteva affinché i ribelli di
Okello fossero disarmati o, almeno, sottoposti a disciplina".
Gli autori dei massacri e degli stupri di un numero ancora oggi ignoto (9) di
uomini, donne e bambini furono disarmati poco dopo e assimilati nella
costituzione dell’Esercito di Liberazione sotto la guida del presidente Karume
che dopo aver liquidato sommariamente Okello - e negli anni successivi quasi
tutti i sui principali collaboratori - si intestò la paternità della rivoluzione, molto
probabilmente esagerando il proprio ruolo e minimizzandone le derive
genocidiarie.
Per poi estinguere l’insorgenza di ulteriori narrazioni delegittimizzanti quella
ufficiale e istituire un regime del sospetto serrato, proseguito anche oltre il suo
assassinio: cominciarono cosi in modo diverso ma su entrambe le isole quelli
conosciuti a Pemba come "i giorni del bastone”, che marchiarono la memoria
sociale con frequenti pestaggi, umiliazioni pubbliche, detenzioni e sparizioni
inspiegate.
III.
Inqualificabile unicamente come rivoluzione dei neri d’Africa contro gli Arabi
ma anche del Panafricanismo ed infine della Guerra Fredda, quella di Zanzibar
resta accomodabile in una definizione netta solo al prezzo dell’alienazione delle
molteplicità e movimenti metamorfici che ne hanno determinato la progressione
amebica(10), proseguita fino alla sua inclusione subito dopo il coup nella così
neonata Tanzania.
Ancora oggi soggette a divieto ma su un segreto di Pulcinella, le memorie dei
massacri di correligionàri Arabi e Indiani che ha implicato persistono come
lacerazioni indicibili in seno all’identità Swahili della sua comunità:
multietnica, quasi universalmente musulmana e del tutto inestinta dal transito
turbolento alla repubblica socialista e che oggi ha in questa l’origine di
un’emancipazione incerta - ancora contestata nonostante le repressioni (11) -
almeno quanto la catastrofe morale di una collettività unita dalla devozione al
Sacro Corano.
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(9) “1964 Zanzibar genocide: politics of denial.” Abdullahi A. Ibrahim
(10) L’espressione è utilizzata da Grimstad per descrivere un conglomerato di forze che procede trasformato ad ogni
ulteriore apporto in “Zanzibar: the nine-hour revolution”. Ann Lee Grimstad
(11) “Reinterpreting revolutionary Zanzibar in the media today: The case of Dira newspaper.” Marie-Aude Fouéré.
Gli anziani Shirazi con cui sono riuscito a parlare ad esempio, senz’altro pochi
notabilmente ma in entrambe le isole, riconoscono la rimozione della
propaganda ufficiale e soffrono costernati il ricordo degli eccidi, percepiti come
abnormi in una comprensione sopratutto escatologica essendo l’omicidio -
vieppiù di altri musulmani - ma anche lo stupro e la violazione della proprietà
privata di cui si sono macchiati da loro definiti harami kabisa, in Swahili
“completamente peccato”.
Esattamente nello stesso modo sono state commentate le riprese aeree dei
massacri in “Africa Addio”, film di Gualtiero Jacopetti e Franco E. Prosperi -
l’unica documentazione non ufficiale prodotta sorvolando le isole - dai giovani
isolani cui ho avuto più agio di mostrare gli estratti su YouTube e che hanno
esibito sopratutto sconcerto stupito, forse simulando o forse no, ma in entrambi
i casi confermando l’espulsione dal piano di realtà.
IV. Di alcuni Feldmarescialli
“God of the Underground, I'm gunnin' 'em down with a thunder pound
We gonna (Choir) SHUT 'EM DOWN!
We turn shit dumb quick when the gun click
Lyin' in ya rhymes worse than lyin' on your dick”
Shut ‘em down, dal disco Raze it up, Onyx 1998.
Un destino, quello della rimozione, inflitto anche al principale accusato di
averli ideati i massacri e indubbiamente il leader carismatico: conosciuto come
Okello, nome del padre defunto di cui si appropriò all’inizio della sua carriera
da hustler, era nato in realtà John Gideon Etuku.
In lingua tribale Etuku significa “speriamo che vivrà per aiutarci”, conferitogli
dai genitori sembra dopo aver perso prima di lui ben dieci figli e che non fecero
mistero sull’osso di un progetto parentale programmaticamente teso a
sovradeterminare una vita ad una funzione.
Già dalla tenera età covava una fascinazione per la forza bruta - radicata nella
credenza che la madre avesse partorito prima di lui un cucciolo di elefante (1) - e
per la disciplina: folgorato dall’incontro con i reduci della Seconda Guerra
Mondiale in uniforme nei pressi del suo villaggio, scappo’ di casa a sette anni
per tentare invano l’arruolamento in caserma (2) prima di restare orfano e fuggire
nuovamente. Questa volta dalle punizioni dello zio tutore e per darsi ad
un’esistenza erratica svolgendo i lavori più disparati.
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(1) “Zanzibar: the nine-hour revolution”. Ann Lee Grimstad
(2) Ibid.
La sua avventura biografica (3) è tale da meritare una trattazione autonoma ma ai
fini del nostro discorso è sufficiente considerare che quello immigrato a
Zanzibar poco prima di detonarne i disordini, era un underdog illetterato e
sopravvissuto da solo ad un passato itinerante in Africa Orientale, interrotto da
due anni di carcere a Nairobi per un accusa di violenza sessuale. Durante il
quale lavorando sopratutto per Asiatici o Arabi aveva accumulato dolorose
esperienze relative alle gerarchie razziali e aderito alle rivendicazioni del
nativismo nazionalista Africano.
Dopo essere stato introdotto a Pemba nei quadri dell’Afro-Shirazi Party,
secondo quanto riportato nella sua autobiografia come “nostro redentore”, a
fronte di una completa mancanza di preparazione militare consegui’ risultati
tattici decisivi, dimostrò intelligenza strategica e lealtà al partito - sollevando
così dubbi sulla veracità di quanti lo hanno definito nient’altro che un discjockey
truculento della rivolta.
Malgrado ciò, oltre alla retorica hard-core (4) irricevibile dall’etichetta Swahili
che esige tatto, comunicazioni indirette e discrezione, gli aspetti esplicitamente
brutali e al tempo stesso buffoneschi dei comportamenti che accompagnarono le
sue imprese, risultarono semplicemente osceni e furono interpretati come
insani: irruzioni nelle riunioni di gabinetto agitando istrionicamente le armi o la
tendenza a ordinare a tutti di spogliarsi fino alle mutande e sdraiarsi a terra
quando passava in macchina, sono alcuni esempi riportati dalle testimonianze
(5). Forse motivate dall’esigenza comune di aderire ad una presa di distanza
radicale ma diffusamente caratterizzanti una figura eccessiva, sovraeccitata
dall’improvvisa notorietà fino alla mitomania; e come sappiamo armata ma
sopratutto sostenuta da seguaci ebbri di entusiasmo aggressivo ed imprevedibile
abbastanza da essere considerata il primo imbarazzante problema - per molti di
igiene mentale oltre che politico - da risolvere con urgenza appena assicurata la
vittoria.
Di ritorno da alcuni viaggi successivi agli eventi cruciali, durante uno dei quali
ordinò 10.000 stampe lucide di un suo recente ritratto in studio (6), il Feld
Maresciallo fu raggiunto in aeroporto dal Presidente Karume che lo dichiarò
persona non grata a Zanzibar e il partito estromesse definitivamente il suo nome
dalla scrittura della storia.
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(3) "Revolution in Zanzibar”, Field Marshal John Okello.
(4) Inveiva secondo alcuni “ruggendo come un leone” dicendo che il sultano avrebbe dovuto uccidere i suoi
figli e le sue mogli, altrimenti i rivoluzionari lo avrebbero “estinto dalla faccia della terra” e “bruciato i
resti in un fuoco feroce e affamato.” Ann Lee Grimstad.
(5) “Zanzibar: the nine-hour revolution”. Ann Lee Grimstad
(6) “Zanzibar: The hundred day’s Revolution”, Directorate of Intelligence.
Restituito così al mainland, negli anni successivi fu perseguitato ovunque dai
black leaders che ne temevano il potenziale eversivo; continuamente spiato,
arrestato, imprigionato ed espulso in Tanzania, Kenya ed infine nella nativa
Uganda dove venne rapito e quasi sicuramente assassinato dall’intelligence
dell’altro Feld Maresciallo d’Africa, Idi Amin Dada(7).
Dal suo ingresso nella comunità dei parlanti alla sua espulsione dalla memoria
sociale ed eliminazione fisica - si dice che il corpo fu gettato dagli scagnozzi di
Idi Amin in una palude o nella cascate Karuma - la vicenda eliogabalica di
Okello testimonia di un esistenza indomita ma al tempo stesso subordinata al
comando dei significanti che l’hanno fatta e disfatta, modulata e rimodulata.
E dello sforzo nel tentativo di venirne a capo guadagnando, è il caso di dire
“voce in capitolo”, percepibile nella sua parabola meteorica, divampata in un
titanismo che non gli è stato perdonato.
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(7) “Notoriamente Idi Amin si autoconferi’ il seguente titolo: “Sua Eccellenza Presidente a Vita, Feldmaresciallo Al
Hadji Dottor Idi Amin, VC, DSO, MC, CBE, Signore di tutte le bestie della terra e dei pesci del mare e
conquistatore dell'Impero britannico in Africa in generale e dell'Uganda in particolare.
Secondo una leggenda urbana prima di sparire Okello sarebbe stato imprudente abbastanza da scherzare dicendo
“ora l’Uganda ha due Feldmarescialli”.
V. Del dispositivo fotografico.
“If we can save the banks, we can save the world.”
Gretha Thunberg
I.
Sappiamo che in Fotografia non si da pratica svincolata da una trama di codici,
che intrecciano una langue visiva precedente l’incontro con i suoi referenti
ed operativa in tutti i suoi processi: dalla funzione indessicale al taglio spaziotemporale,
dalla selezione e sequenza all’assegnazione dei suoi ambiti di
fruizione.
Sul modello della Sacra Sindone, pratiche ed istituzioni proclamatesi
documentarie hanno impugnato nella calcografia ottica il fondamento
epistemologico di una presunta traduzione letterale del reale, trascurando il
negativo intrinseco al mezzo ed enfatizzando l’esattezza data positivamente: ma
hanno poi dovuto riconoscere (1) la letterarieta’ come un effetto stilistico
perseguito attraverso il maneggiamento abile delle parzialità del mezzo -
dunque del negativo - da parte di intenzionalità tutt’altro che inavvertite.
Dissoltosi il sogno di una scrittura acheropita - senza l’intervento della mano
umana - tra le pieghe del sudario che la fotografia aveva ritenuto di avvolgere
sul corpo del mondo per registrarne impassibilmente gli stati, non ha potuto
evitare di conoscersi più come manuale illustrato delle Teorie e Tecniche della
Comunicazione di massa, o tuttalpiù del Design, che come come archivio di una
scrittura automatica del reale.
In altri termini come strumento operativo di un ennesima agenda di senso,
precipuamente umana e tra le più note in circolazione: capitalizzare verità, in
questo caso quelle epidermiche prodotte dalla presunta “freddezza” della
camera, riformulando così esigenze non dissimili da quelle degli iconoclasti di
Bisanzio (2) che brandivano come unicamente reale contro pittori ed artisti,
l'immagine divina risultante dalla pressione diretta della sua malconcia
incarnazione sul supporto tessile - oggi si dice, conservato a Torino.
In modo diverso da Inglese, Francese o Italiano - to take ma anche to shoot a
picture, prendre une photo o fare una fotografia - e descrivendo meglio il
funzionamento del dispositivo fotografico, la lingua Swahili designa l’atto di
scrittura della luce con kupiga picha - letteralmente colpire una fotografia - e il
fotografo che ne è l’agente con Mpiga picha - dove la particella M- personifica
un’azione meno univoca della presa, meno inappellabile dello sparo, meno
demiurgica della paternità fabbrile.
________________________________________________________________
(1) Olivier Lugon, Lo stile documentario in Fotografia da Walker Evand ad August Sander.
(2) Jean Baudrillard, “Perché non è già tutto scomparso?”, ‘La violenza fatta all’immagine’
È infatti a nostro avviso qui suggerito il campo di urti dispiegato nell’esercizio
dei codici che presiedono alla significazione visiva in cui un referente dato è
preso e che lo sposta, mutila, deforma e aliena, ma unicamente a partire dal
quale è possibile che qualcosa di questo referente sia raggiunto sul supporto.
Ora, se come presentato dalle evidenze di una pratica documentaria anche
elementare, il campo di urti in questione resta esposto anche all’incidenza delle
diverse forze inerenti all’incontro con il referente, questi colpi andranno
considerati nella loro distribuzione in direzioni molteplici come altrettanti
effetti co-informativi del processo di scrittura e il dispositivo fotografico toutcourt
quanto risultante dall’essere in gioco non corale del loro insieme.
È in questa dinamica imprevedibile, a suon dei colpi e contraccolpi inferti
dall’agente anonimo risultante dall’operare complessivo di codici culturali e
non (4) ma insubordinato ad essi, che le trame semantiche si flettono e
riconfigurano aprendo cosi le immagini all’indeterminato di percorribilità
impreviste.
II.
Si prenda in esame il caso di una fotografia scattata a Stone Town nel 1890,
esposta al museo della schiavitù di Zanzibar e realizzata da un missionario;
rientra tra i documenti prodotti a sostegno della causa abolizionista e ritrae uno
schiavo di circa sette anni incatenato per un anno dal proprietario ad una
pesante trave come punizione per aver tentato la fuga.
È plausibile immaginare che il fotografo abbia voluto rendere leggibile
l’estensione orizzontale dell’oggetto per renderne percepibile il peso e disposto
il corpo dello schiavo a questo scopo (primo colpo informativo).
Il “mosso” della catena strettamente assicurata al piede denuncia
l’estemporaneità di un movimento, quello del dito portato alla suzione di cui
non è dato sapere se sia stato diretto dall’intento umanitario del fotografo, forse
per esasperare l’elemento infantile del soggetto (in questo caso, secondo colpo
informativo) oppure se è emerso spontaneamente da un esigenza dello schiavo
stesso (in quest’altro caso, contraccolpo).
________________________________________________________________
(4) L’orografia del paesaggio che ospita un albero definisce i punti di vista possibili ad esso, inclusi quelli
aerei, così come le condizioni climatiche determinano chiavi cromatiche e rapporti tonali o la stagione il suo
apparire in fiore, etc. etc. Sono elementi discreti decisivi della scrittura fotografica.
Da un punto di vista fotografico ad essere decisivo è il risultato del processo di
scrittura che ha tracciato l’intersezione grafica di due linee a formare una “T”,
quella verticale della figura orientata verso l’alto dal dito e quella orizzontale
del grave sulla testa: lo scontro di un’ascensione celeste ed uno sbarramento
schiacciante in cui non possiamo fare a meno di avvertire le contraddizioni
impossibili da simbolizzarsi, minuziosamente rimosse e poi coagulatesi
nell’oblio del genocidio avvenuto anni dopo che questa fotografia è stata, in
lingua Swahili, colpita.
Quando le strade del centro urbano che la ambientano, situate a ridosso degli
insediamenti informali allora abitati dai downtroddens, esibirono file di corpi
con i genitali amputati e risuonarono delle grida provenienti dalle eleganti
dimore dei dignitari in cui si consumavano mattanze e stupri di gruppo (5).
L’accadere di questa singolarità formale che altre fotografie disponibili agli
archivi umanitari non presentano, ha così generato l’infrastruttura visiva per
uno spostamento invariabilmente semantico e retrospettivo, inaugurando così
un’altro spazio di osservazione sugli oggetti che immette la circolazione di
un’altra prospettiva su di essi.
Dove tra le risonanze innescate dalle giustapposizioni di leggero e pesante,
umido e secco, suzione e pressione, lo sguardo incontra l’ambivalenza irradiata
dall’inestricabilita’ di un codice padronale e di uno religioso, culturale ma
anche genetico causa una comunità.
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(5) Donald Petterson, "Revolution in Zanzibar: An American's Cold War Tale"
VI. Dell’impianto documentario del progetto
“Programmaticamente una mappa è sempre una bugia, non è mai una realtà.
Però un sistema di proiezione è una maniera di dire una bugia, mettendoti in grado di capire che bugia stai
dicendo e perché stai dicendo quella bugia e non tante altre che potresti dire.
Esiste un’immagine del mondo che mentendo, ti mette in grado di capire che tipo di bugia sta dicendo.”
Franco Farinelli
Il progetto ha dovuto includere nel proprio impianto l’irriducibilita’ presentata
dal referente, non potendo far altro che reperirlo nella mediazione delle
articolazioni discorsive che ne hanno generato, propagato e sostenuto
l’esistenza tra la popolazione.
In quanto condizioni della formazione di un urto percepito come visceralmente
reale, le narrazioni orali sono state quindi accumulate impregiudicatamente
insieme a quelle documentate, come altrettanti piani attraverso cui si dipanano
le verità di un fenomeno inseparabile da flussi di discorsività che lo hanno
diversamente compreso e articolato, così come da flussi di corpi e memorie
sedimentati in una storia traumatica e permeante lo sfondo degli eventi.
Un registro ibrido ha informato quindi la funzione indessicale di una campagna
documentaria abilitata a far docenza si, ma sull’articolazione indefinita del suo
referente - l’urto collettivo del fenomeno panico - nel vuoto di un’erranza
interpretativa disseminata in letture simboliche, immaginarie, aneddotiche,
storico-antropologiche.
Non per attestare le azioni di uno o più spiriti quindi ma con l’idea di scriverne
l’inestinta possibilità immanente ai paesaggi e agli orari assegnati alle
apparizioni, i villaggi e le aree che si dice o si è detto siano stati luogo di
attacchi sono stati registrati attraverso un lessico paesaggistico e alle luci del
tramonto, della luna o dell’alba.
Si è reso inoltre necessario integrare la sequenza ambientale con le figure
animali ed umane attraverso cui gli eventi hanno preso corpo e sono stati
pertanto inclusi soggetti sia incontrati casualmente che cercati, che in virtù di
determinate analogie o risonanze hanno funzionato da sembianti: un esempio è
il ritratto del folle fatto a Chake-chake che rimanda a quei malati di mente
accusati di essere la personificazione dello spirito e trucidati dalla violenza di
folla.
Un’altro esempio è il senzatetto dormiente nelle strade di Stone Town alle
prime luci del mattino, controfigura del corpo paralizzato tra la veglia ed il
sonno, soggetto agli assalti notturni come riportato dai resoconti.
Nelle numerose grotte posatoio sulle coste dell’arcipelago il dispositivo ha
raggiunto anche il chirottero, l’animale che nomina l’incubo collettivo, e alcune
di queste sono state fotografate anche perché furono utilizzate per lo stoccaggio
di schiavi da spedire oltremare.
Per pervenire ad un punto di ripresa che descrivesse le aree prossime alle fonti
d’acqua dove questi venivano stipati, si è reso necessario addentrarci fin dove la
profondità è tale da soffocare letteralmente la respirazione; incontrando così nel
buio dell’antro, più che una conferma diremmo l’intreccio della linea
interpretativa analitica che collega l’incubo collettivo alle esperienze dello
schiavismo e di quella locale che ne ha prodotto l’immaginario dominante.
Riteniamo che anche questo genere di imprevisti rivelino come, una volta
liquidata l’idea di un reale cui la Fotografia farebbe la pelle visuale, questa non
ne presenti che l’inverarsi inatteso nei concatenamenti dei suoi processi o che in
altri termini - rubando a Lacan - la Fotografia non è che questo “(…)
dispositivo il cui reale tocca il reale.”
VII. Di alcuni pipistrelli
“I retrovirus trascrivono il loro materiale genetico nel loro ospite e quindi glielo infilano dentro e riescono
anche ad infilarlo nelle cellule sessuali che poi passano di generazione in generazione. “
Telmo Pievani
I.
E’ l’esaurimento o la rottura improvvisi dell’antizanzare in una notte d’estate a
segnalare in noi l'attualità intramontata di inclinazioni estintive; seppur modeste
abbastanza da proiettarsi di rado oltre perimetri specistici, si rendono
percepibili fino a rivelare la veracità che le anima in momenti e luoghi che ci
appartengono - o a cui apparteniamo - più intimamente.
Dilatando ancora l’ambito generale, notiamo di sfuggita e quindi
inadeguatamente come la scarsa differenza genetica attestata nel Sapiens provi
dell’esistenza di un nucleo originario di ominidi agonizzante in Africa, subito
prima di una formidabile espansione migratoria che ha annichilito ovunque i
congeneri.
Una prossimità atavica dunque agli abissi della fine, su entrambi i versanti
dell’essere fatti fuori e del fare fuori, delineati dalla sovradeterminazione
comune a genocidi e stupri.
Nell’ambito degli sforzi tesi alla costituzione di una società armoniosa mediante
l’eradicazione delle differenze razziali a Zanzibar, il presidente Karume fini’ per
denunciare l’etnia Shirazi come "fabbricazione coloniale” in un discorso
pubblico del 1969 (1), prescrivendo la sostituzione con il termine generico
Africani; tentò pertanto di proibire l’etnonimo e almeno 18.000 Shirazi
analfabeti o terrorizzati dalle potenziali rappresaglie in caso di rifiuto,
sottoscrissero altrettanti documenti ufficiali in cui si affermava “Non sono uno
Shirazi e non conosco il significato dell'identità Shirazi” (2).
Dopo aver preso coscienza dell’inefficacia dell’operazione, le autorità optarono
per una riformulazione della narrativa sull’origine storica che assicurasse
retrospettivamente il vincolo territoriale al continente nero, e l’anno successivo
concentrarono gli sforzi nel trattamento di altre differenze etniche.
Ma il significante si era trovato a passare in breve tempo dall’indicare lo
zoccolo duro autoctono ed eversivo del partito di Karume, tale da co-informare
la nominazione intestataria dell’esito rivoluzionario (ASP), all’elemento
allogeno da espellere per poi essere riabilitato da manovre interne alla
medesima propaganda, diretta dalla medesima leadership, alle prese con un
oggetto volatile come l’identità etnica: in bilico sul confine che divide il proprio
dall’altro.
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(1) “Ushirazi Sio Asili ya Watu wa Zanzibar – L'identità Shirazi non è patrimonio del popolo di Zanzibar.”
(2) Matthew Hettiger, “The Racialization of Politics in Revolutionary Zanzibar.”
Riteniamo di dovere alle papere del Presidente qualcosa di più dell’indulgenza
di uno sguardo che, non vi fossero minacciati i diritti umani, osserverebbe con
tenerezza i vagiti di una governance appena parvenue alla maturità nazionale.
Sopratutto perché non smettiamo di riscontrare nel mondo Occidentale
contemporaneo, maneggiamenti delle differenze approdare ad esiti non meno
problematici tra le produzioni avanzate che ne qualificano l’unicità dello statuto
internazionale.
Dalle palestinizzazioni più o meno sottili del lavoro intellettuale, irregimentate
da decapitazioni disciplinari da parte di movimenti (3) - anche e sopratutto di
denaro - che rivendicano l’equità di un mondo articolato da discorsività bovine:
epurate da incidenze contundenti e nonostante robuste corna, chete al confino di
pascoli rigorosamente vegani.
Alla sanitarizzazione del conflitto di genere dove un “buon femminismo
comune,” cementato dai proclami quotidiani della propaganda giornalistica (4), è
abilitato alla disinfezione di tossicità inerenti al corpo sociale e autorizzato, in
un regime d’eccezione, a disporre dei saperi che lo informano; un compito
igienico assolto con zelo tedesco nel caso di Strumia - fisico del CERN - e
sovrapponibile a quello assegnato alle vetture che, esibendo il simbolo della
Crocerossa, rifornivano di Ziklon B il campo di concentramento di Birkenau (5).
La sovrapposizione è qui almeno sospetto non percepirla: in osservanza del
codice che discretezza malattia e salute, il significante che indica la cura del
corpo universale risulta convertito in funzione di un progetto di sterminio.
Così come per gli stessi motivi, gli addetti alla cura della ricerca finiscono per
invalidarne la vocazione convertendola in shopping (selezione di un prodotto
adatto alle preferenze di qualcuno o qualcuna).
O in altri termini, abolendo l’indefinito cammino esplorativo cui è stato avviato
il bipede dall’aver man-tenuto l’utensile in vista di indeterminati ed ulteriori
utilizzi futuri.
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(3) Riuniti sotto il titolo Woke, originariamente anglosassoni e diffusi globalmente.
(4) Una propaganda terrificante e martellata dai fottitori di prim’ordine della Repubblica che allarmano
folle su una presunta strage di donne in corso, smentita dai dati Europei ed ISTAT.
(5) “Se il potere ultimo in quegli anni in Germania calzava gli stivali delle SS, l’autorità suprema vestiva il
camice bianco del medico (…) e l’iscrizione che campeggiava all’ingresso del campo di Mauthausen era
Pulizia e salute”. Biopolitica e Nazismo, Roberto Esposito.
II.
Tra le numerose specie di pipistrelli e volpi volanti presenti, gli abitanti di
Pemba sono soliti cacciare, cucinare e mangiare alcuni mentre considerano
inedibili in quanto spiriti o loro custodi, altri: non necessariamente malevoli ma
da approcciare almeno con reverenza (5).
L’unico tra i mammiferi a volare, che inverte il giorno con la notte e
l’orientamento cefalico con quello podalico, il pipistrello è simile al sapiens per
via della sua socialità e mobilità ma, Pembiani a parte, nella regione è associato
in modo univoco alla stregoneria o alla morte e interdetto da una negazione
netta (6).
Non è certo più popolare altrove dato il suo posizionamento insieme a serpenti,
ragni, vermi e molluschi nella lista della fauna meno carismatica al mondo oggi
disponibile al marketing della conservazione; e in generale è tra i mammiferi
meno studiati nonostante la sua diversità e i fondamentali servizi ecologici resi
già da 65 milioni di anni, in tutti i continenti tranne l’Antartide.
Nella sua eccezionalità quindi non solo regionale, il codice Pembiano declina
come edibile/non-edibile quello che dagli scienzati è quasi unanimemente
considerato tra i vettori maggiori di impollinazione e zoonosi - dunque di
differenza genica - opponendosi in ciò a quello esibito dalle immagini di
numerosi roghi di chirotteri circolate durante l’emergenza da COVID-19 ed
epitomi di una risposta debellativa che ha prevalso globalmente; reificata da
interventi proclamati vaccinali - ma notoriamente sperimentali - inoculati in
masse segregate, atterrite dalle prestidigitazioni dei media e per lo più
obbedienti sotto la minaccia implicita dell’esclusione sociale o professionale.
Il codice Pembiano sembra invece almeno affine alla strategia evolutiva che
impiegando una sequenza genetica (7) di origine virale, iniettata molto tempo fa,
presiede alla modulazione della risposta immunitaria permettendo di
riconoscere il feto come self e di portare a termine la gravidanza.
Rivelando così, comparativamente, la risposta prevalente sopra menzionata
come sostanzialmente debellativa di agenti patogeni titolati a rappresentare il
processo evolutivo stesso o, almeno per chi ha avuto una madre, la sezione
decisiva delle sue innervature.
_______________________________________________________________
(5)I locali che mi hanno accompagnato nelle grotte-posatoio dei Rousettus aegyptiacus ad esempio, prima di
entrare hanno sempre performato una richiesta di consenso formale agli spiriti, bruciando incenso e
pregando sulla soglia della grotta.
(6) Martin Walsh, “Eating bats on Pemba island: a local innovation or cultural borrowing?”
(7) La sincitina.
III.
Che cosa possiamo leggere dentro l’ombra proiettata sul muro dall’andare dove
vuole e dal fare ciò che vuole di Popobawa?
Il ritorno del fantasma di Okello, nome del barbarico che ha ferito l’ordine della
vita a Zanzibar per poi volatilizzarsi? O di quanto lo ha irreggimentato, Karume
e i suoi, mediante purghe interne e la fusione con il Tanganyka - da non pochi
percepita come infame tradimento della costosa rivoluzione e delega
dell’autonomia decisionale alla maggioranza cristiana del continente?
Oppure la figura allucinatoria condensante le penetrazioni di numerose potenze
che insistendo dal mare hanno contribuito a scrivere la profondità storica
dell’arcipelago: i primi Bantu e poi i Persiani e gli Arabi, considerati tra i
maggiori mercanti di schiavi al mondo, ma anche i Portoghesi e i Britannici,
quest’ultimi particolarmente temuti dopo che cannonando dalle navi il palazzo
del Sultano a Stone Town, nel 1896 piegarono un impero durato due secoli nella
la guerra più breve di cui si ha memoria (tra i 38 e i 45 minuti).
Ed infine, possiamo forse leggervi il riflesso degli effetti dell’industria turistica,
che seguita alle liberalizzazioni ha avviato l’economia ai servizi - anche sessuali
- e già nel ’95 cominciava a ristrutturare faglie razziali dividendo de facto il
paese in villaggi locali e resort di lusso?
Tracce del transito sulla soglia del visibile che contraddistingue il volo agile del
pipistrello al crepuscolo, si direbbero reperibili in ciascuna di queste figure e in
nessuna in particolare, attraversando l’una e l’altra allo stesso tempo e in tempi
diversi.
Suggeriamo pertanto di considerare il fenomeno panico di Zanzibar alla luce
fioca delle esperienze osservative che si possono fare nei pressi dei suoi litorali,
il silenzio di quelle ore rotto solo da qualche pescatore che avvia il dhow in
mare aperto o dall’approcciare alcune aree rocciose che puntellano la
monotonia delle sabbie bianche.
Nugoli di pipistrelli di ritorno dalle predazioni notturne, tracciano qui grovigli
chiassosi di traiettorie frenetiche, come cucendo il chiuso ctonio e l’aperto dello
spazio aereo, in entrata ed uscita dagli orifizi che conducono al paesaggio
carsico delle isole.
Muovendo con cautela qualche passo è possibile calarsi all’interno di uno di
questi fino a raggiungere il pavimento e sprofondare le caviglie in uno spesso
strato melmoso dall’odore mefitico.
La parola guano deriva da huanu e significa fertilizzante in Quechua, lingua
indigena del Peru’ che nell’800 (8) ne esportò venti milioni di tonnellate
ricavando due miliardi di dollari in profitto: prediletto dall’agricoltura fino
all’introduzione dei sostituti chimici, quanto risulta dal fermento di un
ecosistema sottratto alla vista ma densamente popolato di virus, batteri, alghe,
insetti, funghi, nematodi e protisti, è infatti tra le migliori fonti organiche di
nutrienti per la vita vegetale, ma anche potenzialmente infettivo per l’uomo(9).
Una volta assicurata una posizione più o meno stabile sul fondo
inavvertitamente polimorfo e adattata la vista all’oscurità sotto volte percolanti
urina e feci, si potrà da laggiù reclinare il capo e pervenire alla visione della
macchia: una massa biologica pullulante di copule e comunicazioni, fatta di
corpi appena distinguibili, aggrappati ovunque alla pazienza minerale delle
pareti.
Progressivamente sempre più nel dettaglio ma a fatica, si riesce a intravedere
l’intarsio barocco dei movimenti interni; quelli di migliaia di pipistrelli che si
stringono e respingono convulsamente, animati dalla pressione di un’urgenza
insindacabile e presi in un orgiasmo che facendo eco da sopra a quello di sotto,
sembra rimettere in scena lo spasmo vitale stesso; ad ogni nuova alba, al
cospetto di una skēnē corallina e per un pubblico esclusivo di spiriti.
Costretti da capogiri vertiginosi dovuti alla scarsità di ossigeno, la postura
innaturale e le esalazioni malsane, occorre poi risalire rapidamente verso
l’esterno per tornare frastornati nel fresco della brezza Oceanica.
E qui assistere all’ennesima ascesa del disco solare sulla ritmica delle maree,
ascoltare il frusciare di palme trafitto ancora una volta dagli anatemi di
cornacchie in missione.
E avvertire espandersi e contrarsi in tutto, il respiro uno di Vita o - diremmo
meglio - l’ansimare uno di stupressere: il nucleo duro (hard-core) custodito
come un segreto nelle inquiete penombre degli antri.
_______________________________________________________________________________________
(8) L’età d’oro del Guano, legata alla crescita delle città e all’incremento della domanda alimentare.
(9) Negli anni ’80 due visitatori di una grotta in Kenya abitata dai Rousettus aegyptiacus sono deceduti in
seguito all’infezione del virus di Marburg - altamente fatale e parente stretto del più noto virus Ebola -
infettati molto probabilmente dalle esalazioni microbiche del guano.
Conclusione
«Quid me constricta spectatis fronte Catone,
damnatisque novae simplicitatis opus?
Sermonis puri non tristis gratia ridet,
quodque facit populus, candida lingua refert.»
«Perché guardate me con fronte aggricciata, o Catoni,
e censurate un'opera di inedita schiettezza?
Qui ride la grazia ilare d'un parlar puro,
e la lingua verace riporta quello che fa il popolo.»
(Petronio, Satyricon, CXXXII, 15)
“Se voglio fottermi qualcuno devo sapere dove stanno i suoi buchi.
E nessuno ne ha una conoscenza più approfondita di chi si prodiga per otturarli.”
L’autore in conversazione con un Senior Officer FAO.
I.
E’ materna la mano che comanda-nutrendo il maggior bacino demografico
al mondo, carezzato dalla profusione di interventi assistenziali fino alla
polverizzazione della sua differenza.
Coltello e forchetta di gozzoviglie moderne che hanno scavato voragini
come fomentato genocidi e guerre, misurazioni cartesiane (1) scrivono oggi
la qualità della vita Africana in fitti fogli di calcolo sugli schermi di
organismi internazionali, sopratutto Occidentali, corrispondendo a
mancanze, abissalmente reali o presunte, allocazioni di capitale; lo
strumento decisivo di ingegnerie sociali sostenute ideologicamente da una
nozione universale dell’Uomo e dei suoi bisogni, perseguite sul
differenziale di una riserva pulsionale incontenibile e affamata.
Di cui ci si aspetta che si dia fin nei suoi più intimi palpiti e se non lo fa:
niente pappa!
Va da sé che tranne in casi rari - puntualmente sanzionati con il ritiro di
fondi (3) - incontrano poche resistenze gli assalti biopolitici alle consistenze
Africane, iniettati surrettiziamente nelle arterie della società civile o
osservati nelle pressioni esplicite esercitate sui governi. Che per lo più si
piegano e agguantano in silenzio mesto - forse confidando nella capacità di
assorbire le intrusioni nella loro finora ingovernata potenza proliferativa.
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(1) In Rwanda misurazioni coloniali come quelle dei beni o dell’estensione delle narici, identificavano i membri
dell’etnia Tutsi, così codificata come superiore e distinta dagli Hutu. La differenza etnica, in realtà dai confini confusi,
reificata dalla scrittura sui documenti di identità nazionale ha presieduto formalmente al codice genocidiario.
(3) Come nel caso di Uganda e Tanzania che hanno opposto il rifiuto alle pressioni sui diritti LGBTQAI+.
L’universalismo umanitario ha trovato nella fotografia uno strumento
privilegiato per sostanziare la comunicazione dell’esigenza stessa o dei
successi di una produzione di benessere che implica una produzione di
strutture di governance sul vertiginoso brulicare della giovane popolazione
Africana, e negli ultimi decenni ha strutturato il layout di un immaginario
collettivo ben noto fatto di bambini sorridenti o in lacrime; a seconda delle
esigenze dettate dagli Excels operativi nelle capitali del mondo avanzato.
II.
Zanzibar, Ungujia, Gennaio 2021.
Splendono i banchi di sabbia bianca denudati delle acque nomadi.
Sotto un cielo azzurro che sembra allestito da un pubblicitario, nulla
sembra presagire l’incontro con qualcosa che farebbe impallidire un
Pacciani a fine carriera.
Attraversiamo il paesaggio irreale in cerca di pescato fresco fino ad incontrare
sulla spiaggia una famiglia di vacanzieri Tedeschi che ha familiarizzato con un
cane da pastore, compatriota ma di proprietà di un albergatore; mentre il figlio e
il padre lanciano un bastone puntualmente riportato nelle loro mani dal
quadrupede, traendo da ciò evidente soddisfazione, la madre giace prona sulla
sabbia bianca, sotto il sole ed uno spesso strato di crema protettiva vestendo un
bikini che reca le cromie pastello dei talleiur merkeliani.
Fanno cenni di saluto con la mano, ci avviciniamo e alle presentazioni seguono
commenti sull’indicibile bellezza di cui godiamo.
La signora ha notato la borsa fotografica e il cavalletto: “Ti andrebbe di fare
qualche fotografia di bambini locali? Li voglio sorridenti. Sarebbe per la
pagina Instagram del mio negozio di vestiti etnici a Rostock.
Sai, sopratutto in questi tempi è importante dare degli input positivi in quello
che facciamo” e inclina un po’ il capo in attesa di una sottoscrizione.
“Ti vanno bene 50 euro?”.
Trattiamo un prezzo più adeguato e accettiamo una commissione che ci pare
piuttosto facile da sbrigare.
Applicate alle fotografie i giusti filtri Instagram per garantire continuità con i
profili visivi che sappiamo informare lo sguardo degli utilizzatori finali, il
materiale è così consegnato. Ma il cliente non è contento e scrive su Whatsapp:
“Non vanno bene queste fotografie, devono essere rifatte. Voglio più gioia e più
tutti insieme.”
Preferiamo di no e non veniamo pagati.

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